Marco Rovelli

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21/03/2022

Recensione a La doppia presenza di Francesco De Filippi su La casa delle storie

 La doppia presenza è letterariamente un romanzo di formazione che sovverte però i canoni classici del genere. Le tappe affrontate dalla protagonista sono poche, nonostante la vita la sottoponga a molteplici prove durissime. Il testo di Rovelli può considerasi un lungo monologo interiore diviso in ventisette capitoli. Di varia lunghezza. A rendere speciale questa storia è la scrittura dell’autore, un tratto sfaccettato che sa essere incisivo ma allo stesso tempo delicato come un verso di una poesia. Con un’inaspettata musicalità Rovelli tocca le corde più segrete dell’anima arrivando dritto al cuore per restarci.

https://lacasadellestorie.altervista.org/la-doppia-presenza-di-marco-rovelli/

 

Sara è una diciottenne nata e cresciuta a Rozzano, nell’hinterland milanese. I suoi genitori sono venuti dal Bangladesh, ma di quel luogo lei sa ben poco. Eppure non è totalmente italiana: gli altri non l’hanno mai fatta sentire tale, e adesso sta prendendo coscienza piena di questa sua doppia natura. Una doppia assenza, o forse una doppia presenza. Quella di Sara è un’identità multipla e complessa, con cui deve avere a che fare, come tanti suoi coetanei, chiamati impropriamente “G2”, seconda generazione di immigrati; dove, invece, loro non sono immigrati, ma nati in Italia, e dunque italiani. Sara ha un rapporto molto stretto, e insieme conflittuale, con suo padre Arun che da quando è arrivato in Italia dopo un viaggio faticoso ha sempre lavorato duramente. Ma lei di questa durezza nulla sa: non del suo lavoro, non del suo viaggio, e nemmeno della sanguinosissima guerra civile in Bangladesh nel 1971. La sua vita ruota intorno all’amore contrastato per Lorenzo e alla passione per il teatro. E sarà proprio a partire da questo che comincerà lentamente a fare i conti con la sua cultura, con tutto il rimosso che pure sta dentro di lei, e, insieme, con la sua natura di donna.
 

Introduzione

Che cosa vuol dire diversità? Un colore, una disabilità, una religione, una cultura, sono marchi indelebili di una persona. Vorremmo davvero essere tutti uguali, una perfetta copia dell’altro in infinta riproduzione? Alla fine ci annoieremo pure perché smetteremo di guardare, uccideremo la bellezza che ci circonda, lo sguardo si spegnerebbe diventeremmo apatici e indifferenti, rendendo questi i veri motori del mondo . Eppure da quello sguardo inizia tutto perché è vero che la differenza sta negli occhi di chi guarda, ma si può lo stesso condizionare un’esistenza. Spesso non ci rendiamo conto che anche lo sguardo è linguaggio. Tra il vedere e il dire non ci sono mezze misure, perché occhi e parole sono armi di giudizio che non sappiamo soppesare. L’uguale e l’uguaglianza sono due concetti che partono da una stessa radice, ma camminano da soli nel loro processo di diversificazione. La vera accoglienza dell’altro è nascosta e ramificata nella conoscenza e alimentata dalla curiosità che azzera ogni confine. Questo è un altro degli interrogativi che dovremmo porci quando ci chiediamo che mondo lasceremo ai nostri figli, perché sono gli innocenti a pagare l’inesorabile prezzo delle azioni. Sempre. Non esiste un modello giusto da seguire né bravi maestri, non ci sono cattedre che erigono l’essere su un piedistallo più alto ma solo banchi dove imparare a ogni età. Si chiama vita quel percorso che è la somma degli errori, non detti, basta accorgersene e deviare. Non è mai troppo tardi, perché una semplice carezza può essere per l’altro un’ancora di salvezza.

Aneddoti personali

Quando ho visto La doppia presenza tra le nuove uscite di Arkadia, oltre ad essere affascinato dalla bellissima copertina, ho subito capito che c’era qualcosa in più che mi chiamava, sentivo indistintamente la voce che mi sussurrava, abbracciami ancora. Riconoscevo quella voce ma non ne comprendevo il nesso. Fino a quando appena è giunto tra le mie braccia, mi è stato tutto più chiaro. Io ho risposto eccomi ancora una volta a quel richiamo. Non era soltanto quello che Pascoli chiamerebbe fanciullino, ma ancora lui, il teatro. Mi sono rivisto nella protagonista, nel suo viaggio interiore, ognuno con i propri demoni che lotta per non farsi sovrastare. La lettura de La doppia presenza è stata piacevolmente intensa. Ho ripreso per mano quel ragazzino e il teatro che inevitabilmente sono parti di me. C’è stato, infatti, un tempo in cui attraverso il teatro ho conosciuto le mie potenzialità, i miei limiti. Ho fatto pace con me e ho imparato ad amarmi, perché non si può pretendere di amare gli altri se non s’inizia da se stessi. Ed è proprio con vecchie e nuove consapevolezze che a tutto questo dico semplicemente grazie
 

Recensione

Chi l’ha detto che il conflitto identitario è soltanto novecentesco? Le domande chi sono e dove vado affliggono ogni generazione . Che cosa accade quando sia lanternini sia lanternoni si spengono e il cielo delle certezze crolla, mentre ci accorgiamo che quelle stelle si reggevano su una semplice carta da parati Il mondo ci appare per la prima volta nella sua oscurità e camminiamo alla perenne ricerca di una luce nuova che illumini la via. Trovandola però ci mostra cose e persone così come sono e bisogna acquisire l’amara consapevolezza che siamo circondati da molte maschere e pochi volti. Il colore di Sara è il rosa, tutto è di quella tonalità intorno a lei, si specchia negli altri e si vede uguale a loro, fino a quando un giorno a scuola le dice che non è proprio così. Lei non è rosa. Basta questo alla piccola Sara per aprire una voragine nel suo animo, una lama scolpita nella roccia che squarcia e lascia un segno inesorabile del suo passaggio. Tutto è messo in discussione l’affetto degli altri, la sua italianità, il suo stesso essere. Il lettore seguirà la protagonista fino alla maggiore età, appena un nuovo bivio si ripresenteranno ma quella è appunto un’altra storia. La doppia presenza è letterariamente un romanzo di formazione che sovverte però i canoni classici del genere. Le tappe affrontate dalla protagonista sono poche, nonostante la vita la sottoponga a molteplici prove durissime. Il testo di Rovelli può considerasi un lungo monologo interiore diviso in ventisette capitoli. Di varia lunghezza. A rendere speciale questa storia è la scrittura dell’autore, un tratto sfaccettato che sa essere incisivo ma allo stesso tempo delicato come un verso di una poesia. Con un’inaspettata musicalità Rovelli tocca le corde più segrete dell’anima arrivando dritto al cuore per restarci. I genitori di Sara sono originari del Bangladesh e un doloroso segreto risalente al conflitto degli anni Settanta è sepolto nella polvere della memoria. Come un oggetto apparentemente dimenticato, un cassetto da aprire in solitudine perché è l’unico modo che si ha per sopravvivere quando una tragedia collettiva ti colpisce minando per sempre la sfera privata. Questo Sara non lo sa, perché il padre Arun non lo ha mai rivelato a quella figlia che cerca di decifrare i suoi silenzi, che se fossero parole si tradurrebbero in atto d’amore. Mentre Arun paga le colpe della sopravvivenza con la fatica svolgendo i lavori più umili, non può immaginare che quella figlia ha inconsciamente deciso di farlo diventare la centralità del suo universo. Tutto parte e finisce in lui. Sara ha un rapporto conflittuale con il sesso. L’autore qui non indica soltanto l’atto ma soprattutto va letto in chiave esistenzialista. Chi è realmente Sara, un uomo, una donna? Un conflitto che si risolve mediante il termine persona. Sara è una persona che sta cercando il proprio posto nel mondo. Sara ha con l’altro un rapporto dicotomico e oppositivo. Si circonda di donne che sono il suo opposto e cerca negli uomini tutto quello che il padre non le ha dato. La sua vita è colma di eccessi. Come Tribuiani anche Rovelli fa conoscere alla giovane protagonista la bellezza del teatro attuando un training doloroso ma salvifico per portare ordine e misura nel caos. Sara è una moderna Marija, dov’è la sua spilla, di che cosa è fatta la tenda, ma soprattutto cosa c’è in quel misterioso e oscuro oltre? Un teatro catartico e metateatrale che parla di vita e alla vita e all’essere per non essere solo personaggio ma anche protagonista. Un romanzo su un padre e una figlia che cercano di dialogare. Un viaggio alla riscoperta dell’io, Una giovane che è un connubio di culture, riscrivendo Tagore, si riappropria delle proprie origini e traccia nuove sfumature del sé affinchè Blu non sia soltanto un soprannome ma il colore di una ritrovata serenità .

Conclusioni

Consiglio questo libro a tutti quelli che cercano una lettura intensa ed emozionante.

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